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Come integrare Facebook nel vostro sito Joomla.

Vi sarà capitato di notare - da qualche tempo a questa parte - l'implementazione di funzionalità tipiche di Facebook in alcuni portali esterni al Social Network.

Fra queste, per esempio, la possibilità di commentare articoli e rilanciarne il contenuto sulla propria bacheca, cliccare sul pulsante "mi piace" quando ci si imbatte in un contenuto interessante (e anche qui rilanciandone il contenuto in bacheca), etc etc.

Questa è una guida passo passo per implementare questo genere di utilities nel vostro portale JOOMLA.

1)Innanzitutto andiamo qui e procuriamoci MyApi, il componente che ci permetterà di implementare Facebook in Joomla: http://www.myapi.co.uk/myApi-SuperInstaller.zip?v=1.07.041

2)Installiamo il pacchetto nel nostro sito Joomla dal Pannello di Amministrazione ---- Estensioni ------ Installa/Disinstalla

3) Una volta installato il pacchetto assicuriamoci che tutto sia "ATTIVO" e che i due moduli siano posizionati coerentemente nel nostro template. Controlliamo dunque questi elementi:

Moduli:

mod_myapi_fbLogin

mod_myapi_fbFan

Plugin:

myApiConnect
myapiuser
myApiAuth
myApiContent

4) Bene. Se tutto è attivo e ben posizionato possiamo procedere con la configurazione vera e propria. Raggiungiamo dunque dal Pannello di Amministrazione la scheda Componenti ----- MyApi ------ Connect

5) Abbiamo bisogno di due Chiavi: quella API e quella Segreta. Queste due chiavi sono relative all'applicazione Facebook che andremo a creare per interagire col nostro sito Joomla. MyApi ci invita a cliccare sul link per crearne una nuova di zecca, di modo da poter ottenere questi due codici. Seguiamo dunque la procedura, creiamo una nuova applicazione, salviamo il tutto, copiamo codice Api e codice segreto nel nostro componente MyApi, lasciamo su SI la spunta della configurazione automatica e clicchiamo su salva.

6)Dopo qualche minuto necessario per l'aggiornamento delle nostre operazioni sul server, dovrebbe funzionare tutto. A volte però può capitare che non vada a buon fine un passaggio della configurazione che dobbiamo quindi completare a mano. Basterà portarsi su http://www.facebook.com/developers/apps.php e scegliere l'applicazione che abbiamo appena creato per l'integrazione con Joomla, quindi andare su "Modifica impostazioni" e nella scheda "Connettiti" inserire i dati del sito Joomla da connettere in CONNETTI URL e in BASE DOMAIN.

Inserire in CONNETTI URL l'indirizzo del sito SENZA WWW e con una slash finale. Esempio: se il sito è www.sneakpeeks.tv dovrete inserire http://sneakpeeks.tv/

In BASE DOMAIN inserire invece solo l'indirizzo, senza neppure http://.
Esempio: se il sito è www.sneakpeeks.tv dovrete inserire sneakpeeks.tv

Salvate ed è tutto.




P.s. Per far funzionare il modulo mod_myapi_fbFan avete bisogno dell'ID della pagina facebook che volete visualizzare nel vostro sito. L'ID è facilmente ricavabile dall'indirizzo stesso della pagina facebook, è una sequenza numerica posta nell'indirizzo URL visualizzato nel browser.

Per ulteriori ragguagli chiedete pure aiuto nei commenti!

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Kripax vs Cage: 4'36''





1952: il compositore americano John Cage (1912-1992) presenta al pubblico la composizione 4' 33'', ovvero 4 minuti e trentatrè secondi di silenzio.
Il silenzio, afferma Cage, "è quell'aspetto del suono che può essere espresso sia dal suono che dalla sua assenza, tanto positivamente che negativamente."
"Quello che ascoltando "4'33" alcuni credevano fosse silenzio, poiché ignoravano come ascoltare, è pieno di suoni accidentali.Alla prima esecuzione si poteva sentire, durante il primo movimento, il vento che soffiava dall'esterno. Durante il secondo movimento gocce di pioggia cominciavano a picchiettare sul tetto, e durante il terzo la gente stessa produsse ogni genere di suono interessante parlando o uscendo dalla sala."

2009: il compositore italiano Kripax (1982 -), presenta al pubblico la composizione 4 '36'', o 4 minuti e trentasei secondi di silenzio.
Il silenzio nella traccia registrata è totale, generato digitalmente. Il problema per il pubblico è lo stesso: il silenzio può essere ascoltato? Un' altra questione riguarda il diritto d'autore: Kripax può riprodurre il silenzio "di Cage", senza incorrere in un plagio?
In sua difesa Kripax afferma: "Il mio silenzio è più puro di quello di Cage; e ha anche una maggiore durata. Ciò dovrebbe bastare ad affermare che il mio silenzio è più silenzioso in ogni modo di quello di Cage".


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1952: the american composer John Cage (1912-1992) presented to the public the composition 4.33, or 4 minutes and thirty-three seconds of silence.
Silence, Cage wrote, "is that aspect of sound that can be expressed by both the sound of its absence, both positively and negatively."
"What you listening to" 4'33 "some believed was silence, because they ignored how to listen, is full of accidental sounds. The first performance was heard during the first movement, the wind blew outside. During the second movement drops Rain began to tap on the roof, and the third during the same people produced all sorts of interesting sounds or talking out of the room. "

2009: the italian composer Kripax (1982 - ), presented to the public the composition 4' 36'', or 4 minutes and thirty-six seconds of silence.
The silence in the recorded track is total, digitally generated . The problem for the listener is the same: silence can be heard? Another problem concerns the copyright: Kripax can play the silence of Cage without incurring a plagiarism?
In his defense Kripax says: "My silence is purer than Cage's silence, also has a longer duration. That should suffice to say that my silence is more silent in every way than Cage."

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Cuore


A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m'hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m'insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.



C'è chi, al contrario di me, non dispera,
che con salute e forza e virtù e buona
fortuna, si arrivi a morire dopo
tanti bei giorni, pieni di tantissime
cose di questo mondo o di un altro mondo;
o dopo tanti giorni e quella gioia soltanto
povera dei giorni. Io son felice,
a questo mondo, solo di questo e spero
che a me il destino procuri con le sue
pesti e le pietà e i suoi dolori
un solo giorno più bello di tutti questi
miei dolorosi giorni; o di questo mio
dolore si dimentichi per un solo
giorno.



(Quanto fu lunga la mia malattia,
e tanto amara la mia vita in quella
fu stretta e spiegazzata come un cencio,
e io pallido e stanco come un mondo
intero dovessi sopportar tutto
su la mia schiena, faticavo tanto,
m'immaginavo mondi tutti assai
più lievi e volatili di questo mio,
che tanto m'affliggeva e tormentava,
e vaneggiavo di nascoste verità
e cieli quieti di pensieri chiari
ove più mio l'animo affranto potesse
dimorare, e non trovavo queste
cose che non esistono, e soffrivo)



I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
E' primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m'accorgo di che è perduto.



M'innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch'io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.



Ma oltre queste verità e dentro queste
vuote parole ho perso la misura.
Ora io so soltanto che son seduto
a questo tavolo e che per tanto buone
ragioni ho tempo e odio da spendere.
E mi basta così senza nemmeno
maledire. Non è perdere al gioco,
e poi fa bene vivere. Un'arte
marziale voglio imparare, di che sempre
si possa indugiare di far male.
Un teatro astratto di colpi e pensieri
per i giorni neri. E poi le gioie e insieme
con gli amici far niente.

Beppe Salvia -
Braci n. 0, gennaio - marzo 1984

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Autobiography

I am leading a quiet life
in Mike’s Place every day
watching the champs
of the Dante Billiard Parlor
and the French pinball addicts.
I am leading a quiet life
on lower East Broadway.
I am an American.
I was an American boy.
I read the American Boy Magazine
and became a boy scout
in the suburbs.
I thought I was Tom Sawyer
catching crayfish in the Bronx River
and imagining the Mississippi.
I had a baseball mit
and an American Flyer bike.
I delivered the Woman’s Home Companion
at five in the afternoon
or the Herald Trib
at five in the morning.
I still can hear the paper thump
on lost porches.
I had an unhappy childhood.
I saw Lindbergh land.
I looked homeward
and saw no angel.
I got caught stealing pencils
from the Five and Ten Cent Store
the same month I made Eagle Scout.
I chopped trees for the CCC
and sat on them.
I landed in Normandy
in a rowboat that turned over.
I have seen the educated armies
on the beach at Dover.
I have seen Egyptian pilots in purple clouds
shopkeepers rolling up their blinds
at midday
potato salad and dandelions
at anarchist picnics.
I am reading ‘Lorna Doone’
and a life of John Most
terror of the industrialist
a bomb on his desk at all times.
I have seen the garbagemen parade
in the Columbus Day Parade
behind the glib
farting trumpeters.
I have not been out to the Cloisters
in a long time
nor to the Tuileries
but I still keep thinking
of going.
I have seen the garbagemen parade
when it was snowing.
I have eaten hotdogs in ballparks.
I have heard the Gettysburg Address
and the Ginsberg Address.
I like it here
and I won’t go back
where I came from.
I too have ridden boxcars boxcars boxcars.
I have travelled among unknown men.
I have been in Asia
with Noah in the Ark.
I was in India
when Rome was built.
I have been in the Manger
with an Ass.
I have seen the Eternal Distributor
from a White Hill
in South San Francisco
and the Laughing Woman at Loona Park
outside the Fun House
in a great rainstorm
still laughing.
I have heard the sound of revelry
by night.
I have wandered lonely
as a crowd.
I am leading a quiet life
outside of Mike’s Place every day
watching the world walk by
in its curious shoes.
I once started out
to walk around the world
but ended up in Brooklyn.
That Bridge was too much for me.
I have engaged in silence
exile and cunning.
I flew too near the sun
and my wax wings fell off.
I am looking for my Old Man
whom I never knew.
I am looking for the Lost Leader
with whom I flew.
Young men should be explorers.
Home is where one starts from.
But Mother never told me
there’d be scenes like this.
Womb-weary
I rest
I have travelled.
I have seen goof city.
I have seen the mass mess.
I have heard Kid Ory cry.
I have heard a trombone preach.
I have heard Debussy
strained thru a sheet.
I have slept in a hundred islands
where books were trees.
I have heard the birds
that sound like bells.
I have worn grey flannel trousers
and walked upon the beach of hell.
I have dwelt in a hundred cities
where trees were books.
What subways what taxis what cafes!
What women with blind breasts
limbs lost among skyscrapers!
I have seen the statues of heroes
at carrefours.
Danton weeping at a metro entrance
Columbus in Barcelona
pointing Westward up the Ramblas
toward the American Express
Lincoln in his stony chair
And a great Stone Face
in North Dakota.
I know that Columbus
did not invent America.
I have heard a hundred housebroken Ezra Pounds.
They should all be freed.
It is long since I was a herdsman.
I am leading a quiet life
in Mike’s Place every day
reading the Classified columns.
I have read the Reader’s Digest
from cover to cover
and noted the close identification
of the United States and the Promised Land
where every coin is marked
In God We Trust
but the dollar bills do not have it
being gods unto themselves.
I read the Want Ads daily
looking for a stone a leaf
an unfound door.
I hear America singing
in the Yellow Pages.
One could never tell
the soul has its rages.
I read the papers every day
and hear humanity amiss
in the sad plethora of print.
I see where Walden Pond has been drained
to make an amusement park.
I see they’re making Melville
eat his whale.
I see another war is coming
but I won’t be there to fight it.
I have read the writing
on the outhouse wall.
I helped Kilroy write it.
I marched up Fifth Avenue
blowing on a bugle in a tight platoon
but hurried back to the Casbah
looking for my dog.
I see a similarity
between dogs and me.
Dogs are the true observers
walking up and down the world
thru the Molloy country.
I have walked down alleys
too narrow for Chryslers.
I have seen a hundred horseless milkwagons
in a vacant lot in Astoria.
Ben Shahn never painted them
but they’re there
askew in Astoria.
I have heard the junkman’s obbligato.
I have ridden superhighways
and believed the billboard’s promises
Crossed the Jersey Flats
and seen the Cities of the Plain
And wallowed in the wilds of Westchester
with its roving bands of natives
in stationwagons.
I have seen them.
I am the man.
I was there.
I suffered
somewhat.
I am an American.
I have a passport.
I did not suffer in public.
And I’m too young to die.
I am a selfmade man.
And I have plans for the future.
I am in line
for a top job.
I may be moving on
to Detroit.
I am only temporarily
a tie salesman.
I am a good Joe.
I am an open book
to my boss.
I am a complete mystery
to my closest friends.
I am leading a quiet life
in Mike’s Place every day
contemplating my navel.
I am a part
of the body’s long madness.
I have wandered in various nightwoods.
I have leaned in drunken doorways.
I have written wild stories
without punctuation.
I am the man.
I was there.
I suffered
somewhat.
I have sat in an uneasy chair.
I am a tear of the sun.
I am a hill
where poets run.
I invented the alphabet
after watching the flight of cranes
who made letters with their legs.
I am a lake upon a plain.
I am a word
in a tree.
I am a hill of poetry.
I am a raid
on the inarticulate.
I have dreamt
that all my teeth fell out
but my tongue lived
to tell the tale.
For I am a still
of poetry.
I am a bank of song.
I am a playerpiano
in an abandoned casino
on a seaside esplanade
in a dense fog
still playing.
I see a similarity
between the Laughing Woman
and myself.
I have heard the sound of summer
in the rain.
I have seen girls on boardwalks
have complicated sensations.
I understand their hesitations.
I am a gatherer of fruit.
I have seen how kisses
cause euphoria.
I have risked enchantment.
I have seen the Virgin
in an appletree at Chartres
And Saint Joan burn
at the Bella Union.
I have seen giraffes in junglejims
their necks like love
wound around the iron circumstances
of the world.
I have seen the Venus Aphrodite
armless in her drafty corridor.
I have heard a siren sing
at One Fifth Avenue.
I have seen the White Goddess dancing
in the Rue des Beaux Arts
on the Fourteenth of July
and the Beautiful Dame Without Mercy
picking her nose in Chumley’s.
She did not speak English.
She had yellow hair
and a hoarse voice
I am leading a quiet life
in Mike’s Place every day
watching the pocket pool players
making the minestrone scene
wolfing the macaronis
and I have read somewhere
the Meaning of Existence
yet have forgotten
just exactly where.
But I am the man
And I’ll be there.
And I may cause the lips
of those who are asleep
to speak.
And I may make my notebooks
into sheaves of grass.
And I may write my own
eponymous epitaph
instructing the horsemen
to pass.


Lawrence Ferlinghetti

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La maestria di Barthes

L'altro giorno un settimanale dava il benvenuto a questo convegno osservando che con esso si ricordava un autore ingiustamente dimenticato. E' vezzo dei mass media occuparsi di qualcosa solo se in qualche modo fa notizia. Fa notizia la voga (e allora si intitola: Mode del momento: Roland Barthes), fa notizia lo scandalo, la pubblicazione recente di un'opera, ma in mancanza di meglio può far notizia la rivelazione che qualcuno o qualcosa è stato trascurato – e in tal caso lo “scoop” del giornale consiste nel ricordarsi di ciò che altro hanno lasciato cadere nell'oblio.
Ma Roland Barthes può davvero definirsi un autore ingiustamente dimenticato? Se andassimo a visitare oggi le librerie di New York ci accorgeremmo che vi sono scaffali esclusivamente dedicati alle sue opere, in corso di continua traduzione; vengono pubblicate con ritmo abbastanza intenso nuove monografie su Barthes; in Francia, e di immediato rimbalzo in Italia, continuano ad apparire degli inediti barthiani; Barthes viene citato, commemorato, rimpianto.
Caso mai potremmo dire che gli è accaduto ciò che non poteva non accadere: che in vita era personaggio controverso (e tutti ricordiamo ancora la polemica del professor Picard e l'ostracismo dichiaratogli dalla Sorbona) e che in morte è diventato un personaggio indiscusso. Del che nessuno dovrebbe lamentarsi, dato che diventare indiscusso è aspirazione di chiunque, in spirito di onestà e passione, si ponga a scrivere una pagina. E infine, ancora in vita, Barthes aveva goduto della suprema celebrazione del pamphlet satirico. La cosa lo aveva molto addolorato, e me ne ero stupito, perché se qualcuno scrive un intero libello parodiando il linguaggio di un autore, anzi il linguaggio dei suoi seguaci, questo significa che il parodiato ha raggiunto una condizione di grande ascolto. Ma tutti ricordiamo, di Barthes, la tenera e dolente sensibilità.
Che qualcuno si divertisse su cose che egli faceva con umbratile convinzione, lo feriva. Tale era l'uomo, ma di quest'uomo si può dire tutto, tranne che sia stato dimenticato.
Cerco però di capire in che senso il giornalista abbia sentito Barthes come “messo in ombra”, e lo spiegherei dividendo i pensatori in due categorie. Badate, la distinzione è di comodo, e soprattutto non vuole instaurare gerarchie, o opposizioni tra bianco e nero. Voglio solo delineare due modi, entrambi utili e accettabili, di essere maestri. C'è il maestro che lavora offrendo la sua vita e la sua attività come modello e c'è il maestro che spende la vita a costruire modelli, teorici o sperimentali, da applicare.
Barthes apparteneva indubbiamente al primo tipo di maestri. Non ha mai proposto schemi per poter scrivere altri frammenti di discorso amoroso, ma neppure nelle opere più prettamente “accademiche” (e si pensi a S/Z) ha offerto modelli di analisi – nel senso che non basta suddividere un testo in lessi per dire di un autore ciò che Barthes ha saputo dire di Balzac. Prendete pure l'idea di codice proairetico, datela in mano a una allievo senza fantasia, e ditegli di andarla ad applicare, che so, a Peau de chagrin: non ne verrà fuori gran che.
Appartengono alla seconda categoria autori come Chomsky o come Greimas: essi propongono modelli di analisi che consegnano ai propri discepoli, e li formulano proprio perché siano applicabili al di là della genialità individuale di chi li applica (anche se naturalmente ci possono essere dei cattivi chomskiani e dei cattivi greimasiani, come ci sono cattivi scolari che non sanno lavorare con la tavola pitagorica).
Si può essere hegeliani e non si può essere, se non per metafora, kierkegaardiani. I maestri della seconda categoria esigono che qualcuno, sulla loro scia, proceda ad applicare le loro ipotesi, e magari a correggerle, a perfezionarle, a falsificarle.
I maestri della prima categoria pongono in imbarazzo i loro discepoli, li sfidano a una continua e impossibile “imitatio magistri”, che si risolve proprio in quanto produce qualcosa di diverso dal lavoro del maestro.
Lavorare coi maestri del secondo tipo significa provare i loro modelli localmente, correggerli in particolari infinitesimali, e si corre il rischio, ad ogni passo, di essere riconosciuti eretici. Non così accade coi maestri del primo tipo: si è eretici sempre, e non si potrebbe non esserlo.
Ho detto che non volevo instaurare gerarchie, e lo ripeto. Ci sono i cattivi maestri di secondo tipo, che impongono i loro modelli dogmaticamente, e non consentono agli allievi di discuterli. Ci sono cattivi maestri di primo tipo, che danno spettacolo di estasi visionarie ed educano i discepoli al culto dell'ineffabile.
E' caratteristico dei maestri di primo tipo avere una pratica comunicativa che si identifica con la pratica artistica. Barthes ci ha fatto spesso capire che la conoscenza nasce attraverso la pratica della scrittura. Non nasce da un diagramma astratto di cui si tentino poi le applicazioni. Barthes ha tentato, almeno una volta, di pensare per diagrammi astratti, ed è accaduto col Sistema della Moda, ma noi sappiamo bene che ha dovuto farlo, quasi per scommessa, e comunque per necessità accademica (e la cosa gli ha dato talmente noia che, l'opera finita, egli ha evitato di sfruttarla come titolo universitario).
Questa artisticità presiede anche alle opere del cosiddetto Barthes teorico. Mi pare che ieri, in un'intervista, François
Wahl negasse che siano esistiti momenti e scansioni nell'opera di Barthes. Sarei d'accordo con lui: se ci sono stati, sono stati esterni e accidentali.
Un anno fa Isabella Pezzini ed io abbiamo scritto per “Communications” un saggio in cui cercavamo di mostrare come il Barthes semiologo esistesse prima degli Elementi di semiologia, e certamente si dai tempi dei Miti d'oggi
. Ma se è vero che Barthes faceva semiologia sin dall'inizio, anche quando scriveva dei “propos” dal tono per nulla accademico, è anche vero che Barthes faceva scrittura creativa anche quando stendeva quei suoi manualetti ad uso degli studenti, che poi, e solo accidentalmente, abbiamo conosciuto come libri di grande circolazione universitaria.
Permettetemi di riandare ad alcuni ricordi personali.
Quando apparvero gli Elementi di semiologia su “Communications 4”, Barthes non aveva alcuna intenzione di pubblicarli poi a parte in volume. Li considerava un brogliaccio, una cartella di appunti ad uso dei suoi seminari. Tuttavia esisteva allora in Italia la rivista “Marcatre” che aveva il vantaggio di essere enorme, di poter sopportare saggi molto lunghi, e io chiesi a Barthes il permesso di tradurre in quella sede gli Elementi. Egli acconsentì perché si trattava appunto di pubblicarli come materiali di lavoro. Ne affidai la traduzione ad Andrea Bonomi. Mentre si era pronti ad andare in stampa, morì Vittorini, e gli amici dell'Einaudi mi telefonarono dicendo che uno degli ultimi desideri dello scomparso era proprio quello di pubblicare gli Elementi in volumetto, per la collana “Nuovo Politecnico”. Al richiesta agì ricattatoriamente, per ragioni sentimentali, sia su Barthes che su di me: io cedetti la traduzione Bonomi, e Barthes acconsentì all'edizione in volume.
Il volume ha avuto il successo che sappiamo e solo dopo l'episodio italiano Barthes si decise a ripubblicare il testo anche in francese. Con poche variazioni (io chiesi subito di tradurre il materiale per un volumetto Bompiani) accadde con la Retorica antica.
Perché c'era sin d'allora in Barthes questo timore a esporsi come teorico e manualista? Io direi che, ingannandosi, all'inizio egli non sentiva questi testi come esercizio di vera scrittura. Ingannandosi, dico, perché l'effetto teorico che essi hanno avuto era invece effetto di scrittura, e di sottile strategia persuasiva. Falsi manuali, essi erano. Barthes ci faceva credere di esporci piattamente Saussure, e ribaltava il rapporto saussuriano tra semiologia e linguistica. Ci faceva credere di mutuare la nozione di connotazione (così importante anche nella sua pratica critica) da Hjelmselv, e non era vero: se andate a rileggervi i Prolegomena hjelmsleviani vi accorgerete che in quella sede la nozione di connotazione era assai più limitata e modesta (o prudente). Hjelmslev aveva offerto a Barthes non una nozione “forte” di semiotica connotativa come semiotica il cui piano dell'espressione è una semiotica soggiacente, ma una nozione assai “debole” di cosa fosse questa sopraelevazione semiotica. Gli esempi che Hjelmslev dà di connotazione riguardano per esempio il fatto che una pronuncia può connotare l'origine regionale. Nulla del concetto “forte” poi manipolato da Barthes, dove attraverso la lettura delle connotazioni si delinea la possibilità di leggere le tracce dell'ideologia, e il modo in cui una società fa circolare in modo altamente persuasivo i segni più apparentemente innocui. Barthes fingeva di ripetere, ma in effetti articolava sottili strategie di scrittura e, mentre scriveva, i suoi autori gli si trasformavano tra le mani.
Questo ci spiega perché poi Barthes ci è parso rinnegare i propri esercizi teorici e si è lanciato con decisione nelle opere di scrittura esplicita, dandoci l'impressione di aver abbandonato i suoi interessi semiologici (come prima avrebbe trascurato i suoi interessi di saggista). In realtà egli è sempre rimasto fedele alla sua vocazione, che non consisteva nel costruire un sistema semiologico adoperabile ma nel dirci sempre ad ogni passo che intorno a noi vi è del semiologico, ovvero che vi viviamo nella semiosi.
Ciò appare evidente anche nelle letture più apparentemente didascaliche dei miti d'oggi, in certe analisi di fotografie dove pare che Barthes cerchi di spiegarci che cosa quella immagine volesse dire. Ma la sua lezione non riguardava mai ciò che l'immagine voleva dire, bensì il fatto che in ogni caso essa “dicesse” E' raro che Barthes (che pure ha parlato tanto di codici) arrivi a irrigidire le sue letture in una codifica definitiva. La sua lezione semiologica, quella che lo rendeva così controverso, consisteva proprio nel puntare il dito su qualsiasi evento dell'universo e avvertire che esso voleva significare qualcosa. Questo irritava tanto i filosofi del linguaggi di formazione anglosassone, che lo accusavano per esempio di applicare all'arte culinaria le categorie della linguistica e di leggere come linguaggio ciò che non era stato prodotto linguisticamente. Potremmo discutere certe trasposizioni barthiane dalle categorie linguistiche ad altri sistemi di segni, ma dobbiamo renderci conto che ciò che egli intendeva fare era avvertire che in ogni caso vi è della significazione anche nel culinario e che in qualche modo occorre cercarla, anche se i modi e gli strumenti potranno essere riformulati.
Il semiologo, ci ripeteva, è colui che quando va in giro per la strada, là dove gli altri vedono fatti ed eventi, scorge, fiuta significazione. L'essersi appuntato sull'idea che c'è sempre, intorno a noi, della significazione, più che sul compito dizionariale di tradurre ad uso dei turisti sociologici i significanti multipli in significati univoci e stabiliti una volta per tutte, questa è stata l'eredità di Barthes.
Solo così possiamo capire la sua avventura giapponese. Finalmente egli si trovava di fronte a una civiltà di cui non conosceva alcun codice: qui egli giocava la sua capacità di capire, e di dire, che vi fosse significazione, anche nel momento in cui non capiva quale.
Gioco pericoloso, in cui Barthes camminava su un filo di rasoio: di quel linguaggio egli non conosceva le regole, eppure sapeva che si dice qualcosa anche nel modo di fare un pacchetto o di tagliare il pesce. Là dove per il giapponese la semiosi è implicita, e per l'occidentale inesistente, per Barthes si presentava una sfida interpretativa, una metodologia del sospetto. Ma proprio perché ciò che gli interessava era il meccanismo della semiosi, non la codifica dei suoi risultati, egli si compiaceva del rischio e della contraddizione. Lavorando su di una civiltà che con lo zen ha celebrato il rifiuto del senso, il silenzio, l'opacità, Barthes ad ogni pagina denunciava e negava la significazione, in una dialettica di ardimento e pudore. Lo haiku non ha senso, e però vi spende tre capitoli per mostrare il gioco del senso che vi si crea continuamente intorno.
Ecco perché, specie negli ultimi scritti, la condizione preferenziale della significazione gli è apparsa quella della poesia, o della letteratura in generale (vedi la Lezione): nella letteratura non si obbligati a fissare un senso, col senso si gioca. La metafora del poetico ricorre in tutta la sua lettura del Giappone, eppure Barthes usa questa metafora proprio mentre ci mostra che c'è poesia anche nei gesti più piattamente quotidiani. E' che per evitare di riempire il gesto quotidiano di senso definitivo, lo lavora d'interpretazione come se fosse metafora. Lavorava sulla semiosi quotidiana col timore di bloccarla, e la trattava con delicatezza, come avrebbe fatto chi, per rispetto della vita in ciascuna delle sue forme, accarezzasse un gatto randagio con la leggerezza e l'amore (e la venerazione) con cui si accarezza un gatto d'angora. Tutto è pieno di senso, egli ci diceva, e molto ve ne rivelo, ma non velo mostrerò tutto, e su quello che dico lascio cadere un'ombra di sospetto, forse di scetticismo, perché non voglio che irrigidiate in codice ciò che vi sto mostrando, e che interpretando facciate risorgere un fantasma, il fantasma del referente.
Ricordo un giorno a Milano, nei primi anni Sessanta, dopo una colazione. Ci stavamo accomiatando e lui, quasi a riassumere il discorso che avevamo fatto a tavola, mi disse: “Et surtout, d'accord, Umberto, il faut tuer le réféfent”. Erano gli anni in cui le teorie del linguaggio erano ancora fortemente referenziali, e ancorate ai valori di verità. La semiologia di indirizzo strutturalista cercava di lavorare invece sul contenuto, sulle illusioni di verità, sulla produzione di ideologia, sulle strategie della persuasione. Il momento in cui il significante si ancora al proprio supposto referente è il momento in cui il linguaggio perde di spessore e non lievità più, e diventa “innaturale”. Contro questo Barthes si batteva, e nel salvare la possibilità di una interrogazione ininterrotta del linguaggio egli realizzava il proprio modo di essere semiologo, anche quando non sembrava ancora (o più) fare della semiologia. Egli voleva lasciare lievitare i significanti non perché credesse, come altri, che tutto è catena significante e non vi è significato, ma proprio perché sapeva che tutto ha significato.
E tuttavia dobbiamo stare attenti a non leggere Barthes alla luce di altre teorie del testo (per esempio la decostruzione, la deriva) apparse dopo Barthes. La sua idea di “jouissance” non era anarchica, egli mirava, leggendo, a suscitare sensi plurimi, ma non a celebrare l'inafferrabilità, lo slittamento perpetuo del senso.
Ci sono due tipo di atteggiamento nei confronti dell'infinità del testo: uno è quello di Sant'Agostino, l'altro è quello dei kabbalisti.
I kabbalisti sapevano che le lettere della Torah possono essere combinate all'infinito per produrre sempre nuove versioni del libro e quindi infinite interpretazioni. Non vedo nulla di questo nella teoria testuale di Barthes. Agostino sapeva che il testo sacro era infinito (“infinita sensuum sylva”, come aveva detto San Gerolamo), ma che poteva sempre essere sottomesso a una regola di falsificazione, per escludere ciò che il contesto non consentiva di leggere, per energica che fosse la violenza ermeneutica a cui lo si sottoponesse. Non si può dire quando una interpretazione sia valida, né quale sia la migliore, ma si può dire quando il testo respinge una interpretazione incompatibile con la propria contestualità. E quanto Barthes legge Sarrasine, lo divide in lessie proprio perché la “jouissance” deve essere controllata dal loro rinvio reciproco, e l'articolarsi delle lessie governa e verifica la dialettica del godimento, l'eccitazione della divinazione. Barthes era agostiniano e non kabbalista.
Però sia chiaro: egli ci ha insegnato l'avventura di un uomo di fronte a un testo, non ci ha offerto modelli schematici da applicare, bensì un esempio vivente di come “incantarci” ogni giorno di fronte alla vitalità, e al mistero, della semiosi in atto. In questo senso dobbiamo ringraziarlo e in questo senso, checché ne dicano le gazzette, credo che sarà difficile dimenticare e lasciar morire il suo insegnamento*.


*Questo intervento di Umberto Eco al convegno di Reggio Emilia su Roland Barthes del 13-14 aprile 1984 è stato raccolto nel volume Mitologie di Roland Barthes, a cura di Paolo Fabbri e Isabella Pezzini, Pratiche editrice, Parma 1986, pp. 297-304, che qui si ringrazia per la gentile concessione.

Roland Barthes, I miti d'oggi (prefazione di Umberto Eco), Einaudi

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Roland Barthes: Operazione Astra (o del perché Berlusconi ne uscirà come sempre vincente).

Insinuare nell'Ordine lo spettacolo compiacente delle sue schiavitù è diventato ormai un mezzo paradossale ma perentorio per glorificarlo. Ecco lo schema di questa nuova dimostrazione: prendere il valore d'ordine che si intende restaurare o sviluppare, esporre prima diffusamente le sue meschinità, le ingiustizie che ne derivano, le angherie che provoca, immergerlo nella sua imperfezione di natura; poi, all'ultimo momento, salvarlo malgrado o piuttosto con la pesante fatalità delle sue tare. Degli esempi? Non ne mancano.
Prendete un esercito: scoprite senza finzioni il caporalismo dei suoi capi, il carattere limitato, ingiusto, della sua disciplina, e in questa tirannia ottusa immergete un essere medio, soggetto ad errori ma simpatico, archetipo dello spettatore. E poi, all'ultimo momento, rovesciate il cappello magico, e traetene l'immagine di un esercito trionfante, bandiere al vento, adorabile, a cui, come la moglie di Sganarello, non si può essere che fedeli, anche se battuti (From here to eternity, Tant qu'il y aura des hommes).
Prendete un altro esercito: affermate il fanatismo scientifico dei suoi tecnici, la loro cecità; mostrate tutto ciò che un rigore tanto inumano distrugge: uomini, coppie. E poi tirate fuori la vostra bandiera, salvate l'esercito con il progresso, legate la grandezza dell'uno al trionfo dell'altro (Les Cyclons di Jules Roy). Infine la Chiesa: dite con frasi brucianti il suo farisaismo, la limitatezza dei suoi bigotti, avvertite che tutto questo può essere letale, non nascondete nessuna delle miserie della fede. E poi, in extremis, lasciate capire che la lettera, per ingrata che sia, è una via di salvezza per le sue vittime stesse, e giustificate il rigorismo morale con la santità di quelli che ne sono oppressi (Living room di Graham Greene).
E' una specie di omeopatia: si guariscono i dubbi contro la Chiesa, contro l'Esercito, con il male stesso della Chiesa e dell'Esercito. Si inocula un male contingente per prevenire o guarire un male essenziale. Insorgere contro l'inumanità dei valori d'ordine, si pensa, è una malattia comune, naturale, scusabile; non bisogna affrontarla direttamente ma piuttosto esorcizzarla come un invasamento: si fa rappresentare al malato la parte della sua malattia, lo si porta a conoscere il volto stesso della sua ribellione, e la ribellione sparisce tanto più sicuramente in quanto una volta allontanato, osservato, l'ordine si riduce a un insieme manicheo e quindi fatale, che vince sui due tavoli e di conseguenza benefico. Il male immanente della schiavitù è riscattato dal bene trascendente della religione, della patria, della Chiesa, ecc. Un po' di male “confessato” dispensa dal riconoscere molto male nascosto.
Nella pubblicità si può ritrovare uno schema romanzesco che illustra assai bene questo nuovo vaccino. Si tratta della pubblicità Astra. Il raccontino comincia sempre con un grido d'indignazione contro la margarina: “Una crema con la margarina? E' inconcepibile!” “Margarina? Ma tuo zio sarà furioso!” E poi gli occhi si spalancano, la coscienza si placa, la margarina è un alimento delizioso, gradevole, digeribile, economico, utile in ogni circostanza. Si conosce la morale del finale: “Eccovi liberati da un pregiudizio che vi costava caro!” In questo stesso modo, l'Ordine vi libera dai vostri pregiudizi progressisti. L'Esercito valore ideale? è inconcepibile; guardate le angherie, il caporalismo, la cecità sempre possibile dei suoi capi. La Chiesa infallibile? Ahimè, c'è molto da dubitarne: guardate i suoi bigotti, i suoi preti impotenti, il suo conformismo letale. E poi il buon senso fa i suoi conti: che cosa sono i piccoli inconvenienti dell'Ordine a paragone dei suoi vantaggi? Vale bene il prezzo di un vaccino. Che cosa importa, dopo tutto, che la margarina non sia altro che grasso, se il suo rendimento è superiore a quello del burro? Che cosa importa, dopo tutto, che l'Ordine sia un po' brutale e un po' cieco, se ci permette di vivere a buon mercato? Eccoci, anche noi, liberati da un pregiudizio che ci costava caro, troppo caro, che ci costava troppi scrupoli, troppe rivolte, troppe lotte e troppa solitudine.

Roland Barthes, I miti d'oggi, Einaudi

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Il mondo del catch

...La vérité emphatique du geste dans les
grandes circostances de la vie.
BAUDELAIRE.

La virtù del catch è di essere uno spettacolo eccessivo. Vi troviamo un'enfasi che doveva essere quella dei teatri antichi. Del resto il catch è uno spettacolo all'aperto, perché è il carattere gagliardo e verticale del campo luminoso, e non il cielo (valore romantico riservato alle feste mondane), che costituisce l'essenziale del circo e dell'arena: anche dal fondo delle più luride sale parigine il catch partecipa della natura dei grandi spettacoli solari, teatro greco e corride: in questo come in quelli una luce senza ombre elabora un'emozione senza segreti.
Certe persone credono che il catch sia uno sport ignobile. Il catch non è uno sport, è uno spettacolo, e non è più ignobile assistere a una rappresentazione catchistica del Dolore che alle sofferenze di Arnolfo o di Andromaca. Certo, esiste un falso catch rappresentato con grandi spese e le apparenze inutili di uno sport regolare; questo non ha nessuna importanza. Il vero catch, detto impropriamente catch dilettantistico, si pratica nelle sale di periferia, dove il pubblico si accorda spontaneamente alla natura spettacolare del combattimento, come fa il pubblico di un cinema dei sobborghi. Quelle stesse persone si indignano poi del fatto che il catch sia uno sport truccato (Il che, del resto, dovrebbe in parte liberarlo della sua ignominia). Il pubblico si disinteressa altamente di sapere se l'incontro è o non è truccato, e ha ragione; si abbandona alla prima virtù dello spettacolo, che è quella di abolire ogni movente e conseguenza: non gli importa ciò che vede ma ciò che crede.
Questo pubblico sa distinguere molto bene il catch dal pugilato; sa che il pugilato è uno sport giansenista, fondato sulla dimostrazione di una supremazia; si può scommettere sul risultato di un incontro di pugilato: per il catch non avrebbe senso. L'incontro di pugilato è una storia che si costruisce sotto gli occhi dello spettatore; nel catch, al contrario, intellegibile è ogni momento, non la durata. Lo spettatore non si interessa al consolidarsi di un successo, esige dunque una lettura immediata dei sensi giustapposti, senza che sia necessario connetterli. L'avvenire razionale del combattimento non interessa l'appassionato di catch, dove invece un incontro di pugilato implica sempre una scienza del futuro. In altre parole il catch è una somma di spettacoli nessuno dei quali è una funzione: ogni momento impone la conoscenza totale di una passione che si eleva sola e diritta, senza mai distendersi verso il coronamento di un risultato.
Così la funzione del lottatore non è di vincere, ma di compiere esattamente i gesti che ci si aspettano da lui. Si dice che il judo contenga una segreta parte di simbolicità; anche nell'azione si tratta di gesti contenuti, precisi ma brevi, disegnati con giustezza ma in una linea senza volume. Al contrario il catch propone gesti eccessivi, sfruttati fino al parossismo della loro significazione. Nel judo, a terra un uomo ci sta a malapena, rotola su se stesso, si sottrae, schiva la sconfitta, o, se questa è evidente, esce immediatamente dal gioco; nel catch, a terra un uomo ci sta in modo esagerato, riempiendo fino in fondo la vista degli spettatori con l'intollerabile spettacolo della sua impotenza.
Questa funzione di enfasi è ben la stessa del teatro antico, il cui meccanismo, la cui lingua e accessori (maschere e coturni) concorrevano alla spiegazione esageratamente visibile di una Necessità. Il gesto del lottatore vinto che rende manifesta al mondo la sua sconfitta e lungi dal mascherarla l'accentua e tiene come una nota allungata, corrisponde alla maschera antica che deve rendere manifesto il tono tragico dello spettacolo. Al catch, come sugli antichi teatri, non si ha vergogna del proprio dolore, si è capaci di piangere, si ha il gusto delle lacrime.
Ogni segno del catch è dunque dotato di una chiarezza totale, perché bisogna sempre capire tutto, immediatamente. Appena gli avversari sono sul quadrato, il pubblico è investito dall'evidenza dei ruoli. Come a teatro, ogni tipo fisico esprime all'eccesso la parte che è stata assegnata al lottatore. Thauvin, cinquantenne obeso e in disfacimento, la cui specie di bruttezza asessuata ispira sempre soprannomi femminili, mette in mostra nella sua stessa carne i caratteri dell'ingobile, perché il suo ruolo è di raffigurare tutto ciò che, nel concetto classico di saud (concetto chiave di ogni incontro di catch), si presenta come organicamente ripugnante. La nausea volontariamente provocata da Thauvin va dunque molto lontano nell'ordine dei segni: non solo ci si serve della bruttezza per rappresentare la bassezza, ma in più questa bruttezza è interamente concentrata in una qualità particolarmente repellente della materia: il cedimento squallido di una carne morta (il pubblico chiama Thauvin "la carnaccia"), in modo che la condanna appassionata della folla non scaturisce più dal suo giudizio ma si leva dalla più profonda regione del suo istinto. Ci si impegolerà dunque con frenesia in una ulteriore immagine di Thauvin in tutto conforme alla sua partenza fisica: i suoi atti risponderanno perfettamente alla essenziale vischiosità del personaggio.
La prima chiave del combattimento è quindi il corpo del lottatore. Fin da principio so che tutti i gesti di Thauvin, i suoi tradimenti, le sue crudeltà e vigliaccherie, non deluderanno la prima immagine ch'egli mi ha dato dell'ignobile, posso fargli fiducia ch'egli compierà intelligentemente e fino in fondo tutti i gesti di una determinata informe bassezza e che colmerà fino all'orlo l'immagine del farabutto più ripugnante che ci sia: il farabutto-piovra. I lottatori hanno perciò un fisico altrettanto perentorio che i personaggi della Commedia dell'arte, i quali scoprono in anticipo, nei loro costumi e atteggiamenti, il contenuto futuro delle loro parti: allo stesso modo che Pantalone non potrà non essere un cornuto ridicolo, Arlecchino un servo astuto e il Dottore un pedante imbecille, così Thauvin non sarà altro che il traditore ignobile; Reinières (un gigante biondo dal corpo molliccio e la folle capigliatura) l'immagine commovente della passività, Mazaud (galletto arrogante) quella della fatalità grottesca, e Orsano (gagà effeminato comparso fin dall'inizio in una vestaglia azzurra e rosa) quella, doppiamente piccante, di una salope vendicativa (perché non penso che il pubblico dell'Elysée-Montmartre segua Littré e prenda il termine salope per un maschile).
Il fisico dei lottatori costituisce dunque un segno basilare, che contiene in germe tutto il combattimento. Ma questo germe prolifera perché in ogni fase del combattimento, in ogni nuova situazione, il corpo del lottatore offre al pubblico il divertimento unico di un carattere naturalmente collegato a un gesto. Le diverse linee di significazione si illuminano reciprocamente, e formano il più intelegibile degli spettacoli. Il catch è come una scrittura diacritica: al di sopra della significazione fondamentale del suo corpo, il lottatore dispone di spiegazioni episodiche ma sempre opportune, aiutando incessantemente la lettura del combattimento mediante gesti, atteggiamenti e mimiche che portano l'intenzione alla sua massima evidenza. Ora il lottatore trionfa con un ghigno ignobile nell'atto di tenere il bravo sportivo sotto le ginocchia, poi rivolge alla folla un sorriso di sufficienza, annunciante la vendetta vicina; traccia per terra ad indicare a tutti la natura intollerabile della sua situazione; alla fine, mette su un insieme complicato di segni intesi a mostrare come egli incarni a buon diritto l'immagine sempre divertente del caratteraccio che fa della sua scontentezza una fonte inesauribile di chiacchiere.
Si tratta dunque di una vera a propria Commedia Umana, dove le più sottili gradazioni sociali della passione (fatuità, senso del proprio diritto e del "ripagamento", crudeltà raffinata) incontrano sempre, fortunatamente, il segno più chiaro che le possa raccogliere, esprimere e portare trionfalmente fino ai confini della sala. Su questo piano si capisce che non importi più che la passione sia autentica. Il pubblico reclama solo l'immagine della passione, non la passione in sé. Nel catch non c'è problema di verità come non c'è a teatro. In questo come in quello, quando ci si aspetta è la raffigurazione intellegibile di situazioni morali abitualmente nascoste. Questo svuotamento dell'interiorità a vantaggio dei suoi segni esteriori, questo esaurimento del contenuto nella forma, è il principio stesso dell'arte classica trionfante. Il catch è una pantomima immediata, infinitamente più efficace della pantomima teatrale, perché il gesto del lottatore non ha bisogno di nessun racconto, di nessuno scenario, in una parola di nessun rimando, per apparire vero.
Ogni momento del catch è quindi come un'algebra che sveli istantaneamente la relazione di una causa e del suo effetto figurato. Certamente negli appassionati di catch c'è una sorta di piacere intellettuale nel veder funzionare cosi perfettamente i meccanismi della morale: certi lottatori, grandi attori, divertono allo stesso grado di un personaggio di Molière, perché riescono a imporre una lettura immediata della loro interiorità: un lottatore del carattere arrogante e ridicolo (come si dice che è un carattere Arpagone), Armand Mazaud, riempie regolarmente la sala di soddisfazione con il rigore matematico delle sue trascrizioni, spingendo il disegno dei propri gesti fino al vertice estremo della loro significazione, e dando al proprio combattimento la stessa specie di slancio e di precisione di una grande disputa scolastica, la cui posta è, insieme, il trionfo dell'orgoglio e lo scrupolo formale della verità.
In tal modo viene elargito al pubblico il grande spettacolo del Dolore, della Disfatta e della Giustizia. Il catch espone il dolore umano con tutta l'amplificazione delle maschere tragiche: il lottatore che soffre sotto l'effetto di una presa ritenuta crudele (un braccio contorto, una gamba incastrata) presenta la figura eccessiva della Sofferenza; come una Pietà primitiva, lascia vedere il volto esageratamente deformato da un'afflizione intollerabile. Si capisce che nel catch il pudore sarebbe fuori posto, in contrasto con l'ostentazione programmatica dello spettacolo, con quella Esposizione del Dolore che è la finalità stessa del combattimento. Così tutti gli atti generatori di sofferenza sono particolarmente spettacoli, come il gesto di un prestigiatore che faccia vedere ben alte le carte: non si capirebbe un dolore che risultasse senza causa intellegibile; un gesto segreto effettivamente crudele trasgredirebbe le leggi non scritte del catch e non sarebbe di alcuna efficacia sociologica, come un gesto folle o parassita. Al contrario la sofferenza appare inflitta con larghezza e convinzione, perché bisogna che tutti non solo rilevino che l'uomo soffre, ma anche e soprattutto capiscano perché soffre. Quella che i lottatori chiamano "una presa", cioè una qualsiasi figura che permetta di immobilizzare indefinitamente l'avversario e tenervelo a proprio piacimento, ha appunto la funzione di preparare in modo convenzionale, quindi intellegibile, lo spettacolo della sofferenza, di porre metodicamente le condizioni della sofferenza: l'inerzia del vinto permette al vincitore (momentaneo) di confermarsi nella sua crudeltà e di trasmettere al pubblico la terrificante ignavia dell'aguzzino sicuro del susseguirsi dei propri gesti: strofinare rudemente il muso dell'avversario impotente o raschiare la sua colonna vertebrale con pugno profondo e regolare, compiere almeno la superficie visiva di questi gesti: il catch è il solo sport che dia un'immagine tanto esteriore della tortura. Ma, ancora una volta, solo l'immagine è nel campo del gioco, e lo spettatore non desidera affatto la sofferenza reale del lottatore, gusta solo la perfezione di un'iconografia. Non è vero che il catch sia uno spettacolo sadico: è soltanto uno spettacolo intellegibile.
C'è un'altra figura ancora più spettacolare della presa, ed è la manchette, quella grande pacca degli avambracci, quel pugno larvato con cui si massacra il petto dell'avversario, con un suono vuoto e con l'accasciamento esagerato del corpo vinto. Nella manchette la catastrofe è portata al massimo dell'evidenza, tanto che, al limite, il gesto finisce per ridursi a un simbolo; ma è andare troppo oltre, uscire dalle regole del catch, in cui ogni segno deve essere estremameente chiaro senza però lasciar trasparire la sua intenzione di chiarezza; il pubblico allora grida "Simulatore", non perché lamenti l'assenza di una sofferenza effettiva, ma perché condanna l'artificio: come a teatro, si viene meno al gioco tanto per eccesso di sincerità quanto per eccesso di studio.

Si è già detto come i lottatori sfruttino tutte le risorse di un certo stile fisico, costruito e utilizzato per sviluppare agli occhi del pubblico un'immagine totale della Sconfitta.
La mollezza dei grandi corpi bianchi che crollano a terra tutti d'un pezzo o affondano nelle corde agitando le braccia, l'inerzia dei massicci lottatori fatti miserevolmente rimbalzare da tutte le superfici elastiche del quadrato, niente può significare più chiaramente e più appassionatamente l'esemplare abbassamento del vinto. Privata di ogni possibilità di reazione la carne del lottatore è solo una massa ignobile sparsa a terra che invita a ogni sorta di incrudelimento e di delirio. Si ha qui un parossismo di significazione all'antica, che non può non richiamare il lusso di intenzioni dei trionfi latini. In altri momenti è ancora una figura antica che nasce dall'accoppiamento dei lottatori, quella del supplice, dell'uomo arreso a discrezione , piegato in ginocchio, con le braccia alzate sopra la testa, e lentamente abbassato dalla tensione verticale del vincitore. Nel catch, contrariamente al judo, la Sconfitta non è un segno convenzionale abbandonato appena ottenuto; non è uno scioglimento, bensì, al contrario, una durata, una esibizione che riprende gli antichi miti della Sofferenza e dell'Umiliazione pubblica: la croce e la gogna. Il lottatore è come crocifisso alla luce del giorno, agli occhi di tutti. Ho sentito dire di un lottatore steso a terra: "Ecco, il piccolo Gesù è morto in croce", e questa frase ironica scopriva le radici profonde di uno spettacolo in cui si compiono gli stessi gesti delle più antiche purificazioni.
Ma il catch ha soprattutto il compito di mimare un concetto puramente morale: la giustizia. L'idea di ripagamento è essenziale al catch e il "Fagli male" della folla significa prima di tutto un "Fagliela pagare". Si tratta dunque, senza dubbio, di una giustizia immanente. Più è vile l'azione del salaud, più il colpo che gli è giustamente reso riempie il pubblico di soddisfazione: se il traditore – che è naturalmente un pavido – si rifugia dietro le corde facendo capire la realtà del suo torto con una mimica sfrontata, ne viene spietatamente riacciuffato, e la folla delira di fronte alla violazione della regola in nome di un meritato castigo. I lottatori sanno assecondare benissimo la capacità di indignazione del pubblico presentatogli il limite stesso del concetto di giustizia, quella zona estrema dello scontro in cui basta allontanarsi ancora un po' dalla regola per aprire le porte di un mondo sfrenato. Per l'appassionato di catch niente è più bello del furore vendicativo di un lottatore tradito che si scaglia con foga non su un avversario fortunato ma sull'immagine sferzante della slealtà. Naturalmente qui importa molto più il processo della Giustizia che non il suo contenuto: il catch è prima di tutto una serie quantitativa di compensazioni (occhio per occhio, dente per dente). Questo spiega come i rovesciamenti di situazione posseggano agli occhi degli appassionati del catch una sorta di bellezza morale: essi ne godono come di una vicenda romanzesca ben a proposito, e più è grande il contrasto tra la riuscita di un colpo e il mutare della sorte, più è vicina al crollo la fortuna di un contendente e più il melodramma è giudicato soddisfacente. La Giustizia è quindi il corpo di una trasgressione possibile; proprio in quanto c'è una Legge lo spettacolo delle passioni che soverchiano ha tutto il suo valore.
Si capirà quindi come su cinque incontri di catch uno solo all'incirca si regolare. Una volta di più bisogna rendersi conto che qui la regolarità è un ruolo o un genere, come in teatro: la regola non costituisce affatto una vera costrizione, bensì la convenzionale apparenza della regolarità. Così, in effetti, un incontro regolare non è altro che un incontro esageratamente beneducato; gli avversari, più che rabbia mettono zelo nell'affrontarsi, sanno dominare le loro passioni, non si accaniscono sul vinto, cessano di combattere appena glielo si ingiunge, e si congratulano dopo un episodio particolarmente arduo in cui tuttavia non hanno mancato una sola volta di essere leali l'uno con l'altro. S'intenda naturalmente che tutte queste azioni beneducate sogno segnalate al pubblico coi gesti più convenzionali della lealtà: stringersi la mano, alzare il braccio, allontanarsi ostentatamente da una presa sterile che potrebbe nuocere alla perfezione dell'incontro.
Inversamente la slealtà qui non esiste se non coi suoi segni eccessivi: tirare un calcio al vinto, rifugiarsi dietro le corte invocando ostentatamente un diritto puramente formale, rifiutare di stringere la mano al proprio partner prima o dopo l'incontro, approfittare del "riposo" per tornare a tradimento sulle spalle dell'avversario, tirargli n colpo proibito quando l'arbitro non può vedere (colpo che evidentemente non ha né valore né funzione se non per il fatto che metà della sala può vederlo e indignarsene). Dato che il Male costituisce il clima naturale del catch, il combattimento regolare assume soprattutto un valore d'eccezione; l'utente se ne stupisce e lo saluta al passaggio come un ritorno anacronistico e un po' sentimentale alla tradizione sportiva ("è buffo come sono regolari quelli"); davanti alla generale bontà del mondo si sente improvvisamente commosso, ma morirebbe certamente di noia e d'indifferenza se i lottatori non tornassero molto presto all'orgia dei cattivi sentimenti che soli fanno il buon catch.
Estrapolato, il catch regolare non potrebbe portare che al pugilato, o al judo, mentre il catch vero e proprio deve la sua originalità a tutti gli eccessi che ne fanno uno spettacolo e non uno sport. La fine di un incontro di pugilato o di judo è secca come il punto conclusivo di una dimostrazione. Il ritmo del catch è tutto diverso, giacché il suo senso naturale è quello dell'amplificazione retorica: l'enfasi delle passioni, il rinnovarsi dei parossismi, l'esasperazione delle repliche, non possono naturalmente sfociare che nella effusione più barocca. Certi incontri, e tra i più riusciti, si coronano di una gazzarra finale, sorta di fantasia sfrenata in cui sono aboliti regolamenti, leggi specifiche, censura arbitrale e limiti del quadrato, tra volti in un disordine trionfante che straripa nella sale e trascina alla rinfusa i lottatori, i secondi, l'arbitro e gli spettatori.

E' già stato notato che in America il catch raffigura una sorta di mitologica lotta tra il Bene il Male (di natura para-politica, il cattivo lottatore venendo sempre ritenuto un "Rosso"). Il catch francese ricupera una eroicizzazione tutta diversa, di ordine etico e non più politico. Ciò che il pubblico cerca, qui, è la costruzione progressiva di un'immagine eminentemente morale: quella del perfetto farabutto. Si va al catch per assistere alle avventure rinnovate di un grande protagonista, personaggio unico, permanente e multiforme come Guignol o Scapin, inventivo di figure inattese e tuttavia sempre fedele alla sua parte. Il farabutto si rivela come un carattere di Molière o un ritratto di La Bruyère, cioè come un'entità classica, come un'essenza, i cui atti non sono che epifenomeni significativi distribuiti nel tempo. Questo carattere stilizzato non appartiene a nessuna nazione né ad alcun partito, e sia che il lottatore si chiami Kuzchenco (soprannominato "Baffone" a motivo di Stalin); Yerpazian, Gaspardi, Jo Vignola, o Nollières, l'utente non gli attribuisce altra patria che quella della "regolarità".
Che cos'è dunque un farabutto per questo pubblico in parte composto, sembra, di irregolari? Essenzialmente un instabile, che ammette le regole solo quando gli sono utili e trasgredisce la continuità formale degli atteggiamenti. E' un uomo imprevedibile, quindi asociale. Si rifugia dietro la Legge quando giudica che gli sia propizia e la trasgredisce quando gli fa comodo tradirla; ora nega il limite formale del quadrato e continua a percuotere un avversario letalmente protetto dalle corte, ora ristabilisce tale limite e rivendica la protezione di ciò che un minuto prima non rispettava. Questa inconsequenzialità, molto più che il tradimento o la slealtà, mette il pubblico fuori di sé, in quando esso, urtato non nella propria morale ma nella propria logica, considera la contraddizione degli argomenti come il più ignobile degli sbagli. Il colpo proibito non diventa irregolare se non quando distrugge un equilibrio quantitativo e turba il rigoroso computo delle compensazioni: ciò che il pubblico condanna non è affatto la trasgressione delle pallide regole ufficiali, è il difetto di vendetta, il difetto di penalità. Così, niente è più eccitante per la folla del calcio enfatico al farabutto vinto; la gioia di punire arriva al colmo quando si appoggia a una giustificazione matematica, e il disprezzo, allora, si fa sfrenato: non si tratta più di una salaud ma di una salope, gesto orale della degradazione ultima.
Una finalità tanto precisa richiede che il catch sia esattamente quello che il pubblico si aspetta. I lottatori, uomini di grande esperienza, sanno perfettamente inflettere gli episodi spontanei del combattimento verso l'immagine che il pubblico si è fatto dei temi meravigliosi della sua mitologia. Un lottatore può irritare o disgustare, mai deludere, perché compie sempre fino in fondo, per una progressiva solidificazione dei segni, quello che il pubblico si aspetta da lui. Nel catch niente esiste se non totalmente, non c'è nessun simbolo, nessuna allusione, tutto è dato esaurientemente; non lasciando niente in ombra, il gesto taglia via tutti i sensi parassiti e presenta cerimonialmente al pubblico una pura e completa significazione, tonda come una natura. Quest'enfasi non è altro che l'immagine popolare e ancestrale della perfetta intelligibilità del reale. Ciò che dal catch viene mimato, quindi, è un'intelligenza ideale delle cose, è un'euforia degli uomini, sollevati per un momento al di sopra dell'ambiguità costitutiva delle situazioni quotidiane e installati nella visione panoramica di una Natura univoca, in cui i segni corrispondano finalmente alle cause, senza ostacoli, senza scappatoie e senza contraddizioni.
Quando l'eroe o il farabutto del dramma, l'uomo che è stato visto qualche minuto prima invasato da un furore morale, ingrandito alla misura di una sorta di segno metafisico, lascia la sala del catch, impassibile, anonimo , con una valigetta appesa a un braccio e all'altro braccio la moglie, nessuno può dubitare che il catch possegga la capacità di trasmutazione propria dello Spettacolo e del Culto. Sul quadrato e nel fondo stesso della loro volontaria ignominia i lottatori rimangono degli dèi, perché, per pochi minuti, essi sono la chiave che apre la Natura, il gesto puro che separa il Bene dal Male e svela la figura di una Giustizia finalmente intellegibile.


Roland Barthes, Miti d'oggi, Einaudi.

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Ciascuno cresce solo se sognato

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.
C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.
Profondamente stimavo un amico
quasi invidiando un altro a cui diceva
stupido, e non a me.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.


Danilo Dolci

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Il futuro del cinema

Il nostro modo di guardare i film sta cambiando. L'iPod video e i filmati diffusi sul web stanno rivoluzionando tutto. In futuro i film si guarderanno su schermi di formato minuscolo, e non più sul grande schermo. C'è anche una buona notizia: perlomeno ognuno avrà un paio di cuffie. Credo che l'importanza della colonna sonora crescerà sempre di più. Comunque potresti anche collegare l'iPod a un qualche apparecchio per proiettare il film su un grande schermo nella comodità e nel silenzio di casa tua, con subwoofers e spettacolari casse stereo, così da riuscire a immergerti nel mondo del film.
Il punto fondamentale è questo: quando si apre il sipario e scendono le luci, dobbiamo essere in condizione di entrare in quel mondo. Per molti versi sta diventando difficilissimo. La gente parla troppo al cinema. Sullo schermo, poi, c'è una misera, minuscola immagine striminzita. Come fai a vivere l'esperienza del film?
Sarà un cammino piuttosto impervio, secondo me. Però esiste davvero la possibilità di girare film nitidissimi - senza rigature, sbavature, schizzi d'acqua, lacerazioni - e di controllare la qualità dell'immagine in un'infinità di modi.
Quando si fa attenzione a come un film viene proiettato, la visione può essere un'esperienza meravigliosa che ti consente di entrare in un altro mondo. Stiamo ancora escogitando il modo di renderlo possibile. C'è il digitale però, c'è anche l'iPod video: dobbiamo solo scendere dalle nuvole e metterci al passo coi tempi.

David Lynch, In acque profonde, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori

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La qualità delle videocamere digitali

Ora sto usando una videocamera Sony PD-150, che offre una resa d'immagine inferiore rispetto al modello HD. L'adoro questa definizione. E adoro le videocamere compatte.
E' una qualità che ricorda i film degli anni Trenta. Agli inizi, infatti, l'emulsione della pellicola era piuttosto mediocre, così le immagini sullo schermo erano meno dettagliate. Il risultato che si ottiene con una Sony PD è abbastanza simile: zero alta definizione. A volte, quando in un fotogramma non riesci a capire che cosa vedi o c'è una zona d'ombra, la mente può lasciarsi trasportare dalla fantasia. Se invece nel fotogramma è tutto estremamente nitido, cosa resta immaginare? Nulla.
Purtroppo l'alta definizione offre immagini fin troppo nitide. Nella mia sala di missaggio ho visto uno spezzone di un film girato in HD; un bel film di fantascienza. Peccato che, in secondo piano, riuscissi a intravedere alcune viti da legno in un quadro di comando che doveva essere in metallo. Sarà molto più difficile costruire dei set adeguati alle videocamere ad alta definizione.

David Lynch, In acque profonde, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori

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Videocamere digitali per giovani registi

Il mio consiglio è di sfruttare le opportunità offerte dalle videocamere digitali per fare ciò in cui credi veramente. Difendi sempre a testa alta le tue opinioni. Non fare nulla solo ed esclusivamente per accattivarti una casa di produzione o un potenziale finanziatore. Questa tattica pare rivelarsi sempre controproducente, lo dico per esperienza. E' bello frequentare la scuola di cinema, lì puoi apprendere un sacco di nozioni teoriche, ma è con la pratica che s'impara. Ora che i costi si sono abbassati, riesci tranquillamente a fare cinema con i tuoi mezzi. E non dimentichiamoci dei tantissimi festival del cinema cui puoi partecipare, per cercare di ricevere un aiuto in termini di distribuzione o di finanziamento in un secondo tempo.

David Lynch, In acque profonde, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori

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La morte del cinema

Ho chiuso con il cinema inteso come mezzo espressivo. Secondo me, il cinema è morto. Guarda le apparecchiature che si usano oggi in tutto il mondo per scattare fotografie: inizierai a renderti conto di quello che accadrà in futuro.
Amo girare filmati con le videocamere digitali, come faccio al momento. Avendo un sito web, ho iniziato a compiere piccoli esperimenti per il sito con le videocamere compatte, pensando in un primo momento che fossero semplicemente dei giocattoli e che non servissero a molto. Invece a poco a poco mi sono accorto che in realtà servono eccome; almeno per me è così.
Hai un'autonomia di quaranta minuti di ripresa, con messa a fuoco automatica. Sono leggerissime. E puoi vedere subito ciò che hai appena girato. Per i film devi andare nel laboratorio di sviluppo e stampa e solo il giorno successivo puoi vedere le riprese; invece, con le videocamere digitali, appena hai finito puoi scaricare il girato sul computer e metterti subito al lavoro. Ed esiste un'infinità di software. Migliaia ne spuntano oggi e altri diecimila ne spunteranno domani. Una rivoluzione che è avvenuta prima per l'audio. Chi non ha ProTool oggi? Usandolo puoi manipolare le tracce audio, regolarle alla perfezione in modo incredibilmente veloce. Ora sta succedendo lo stesso con i video. Sono strumenti che offrono un grandissimo controllo sul lavoro.
Iniziai a pensarci su e a sperimentare. Provai diverse volte a riversare le riprese girate con la videocamera digitale da formato DV a pellicola, un'operazione tuttora necessaria per poterle proiettare al cinema. Anche se il filmato non sembra esattamente girato su pellicola, il risultato è di gran lunga migliore di quanto avessi mai immaginato.
Quando entri nel mondo del digitale, fatto di attrezzature piccole e leggere come una piuma e dotate di messa a fuoco automatica, risulta troppo d'impaccio lavorare con la pellicola. Le cineprese da 35 mm iniziano a sembrarmi dinosauri. Sono enormi, pesano tonnellate, e devi poterle trasportare. C'è una marea di cose da fare, e tutto procedere troppo lentamente. Usarla sottrae un sacco di possibilità. Con le telecamere digitali è tutto più leggero; hai maggiore flessibilità di movimento. Tutto è molto più agevole. Puoi pensare e su due piedi catturare subito le immagini. Gli attori poi devono immedesimarsi in un personaggio nel cuore di una scena e dopo dieci minuti sono costretti a fermarsi improvvisamente per fare ricaricare le cineprese con un nuoco chassis, una necessità che spesso rovina l'atmosfera. Con le videocamere, invece, sei sempre in azione; puoi continuare a riprendere per quaranti minuti. Puoi cominciare a parlare con gli attori, e intervenire per dare loro un input senza interrompere le riprese. E perfino provare con loro, anche se di solito mi metto a incasinare la colonna sonora, perché poi bisogna tagliare tutte le mie parole. Molte volte però parlo con gli attori durante le riprese e in questo modo riusciamo a penetrare sempre più a fondo nello spirito dell'idea.

David Lynch, In acque profonde, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori

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Ancora a pesca

La fine di un progetto porta con sé una piacevole sensazione, ma allo stesso tempo un certo vuoto. Hai concentrato tutta l'attenzione su quel lavoro e ora è finito.
E' come pescare. Ieri hai preso un bellissimo pesce, così oggi sei a pesca con la stessa esca e ti chiedi se ne catturerai un altro. Tanto per usare ancora l'analogia della pesca, a volte, anche se rimani al tuo posto armato di una pazienza proverbiale, dei pesci non c'è neanche l'ombra. Sei nella zona sbagliata. Allora riavvolgi la lenza, prendi i remi e ti sposti in un altro luogo. Ossia, ti alzi dalla sedia su cui stai sognando a occhi aperti o ti metti a fare altro. Spesso basta un semplice cambiamento per appagare il desiderio.
Ciò non significa che per trovare un'idea basti sedersi ad aspettare. Non so minimamente che cosa la faccia arrivare. Se lo tieni vivo, però, il desiderio viene spesso confermato da un'idea. E quando trovi un'idea, sai di avere ricevuto una conferma.

David Lynch, In acque profonde, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori.